The Wolf’s Lair

Ci troviamo nel cuore più selvaggio dell’Abruzzo, tra cieli immensi, distese di prati fioriti, montagne, boschi di abete e faggio. Chissà se l’orso e il lupo si lasceranno vedere.

Con le bici cariche e un sole che sembrava incendiare le rocce, il 21 giugno partiamo per questa nuova avventura da San Vittorino, un piccolo paese vicino l’Aquila.

Capiamo subito che sarà un viaggio selvaggio, dove per cinque giorni le persone che incontreremo saranno davvero poche, da contare sulle dita delle mani.

Le prime salite iniziano già a metterci a dura prova. Prati sconfinati e lunghe strade sterrate si presentano ai nostri occhi. Il primo giorno pedaliamo solo 55km perché ci vogliamo fermare per la notte nell’iconica Rocca Calascio.

Dopo il consueto temporale pomeridiano, arriviamo in questo luogo magico che sa di Medioevo. Ancora la pioggia ci insegue e per un’ora abbondante rimaniamo ad aspettare che cessi di piovere. Finalmente il cielo si fa nuovo e noi rimaniamo a bocca aperta, un tramonto memorabile. Prepariamo il cous cous al tonno per cena e ci sediamo in silenzio ad ammirare questo spettacolo con davanti a noi il
Gran Sasso e i Monti della Laga. Si fa buio, ci ritiriamo nella nostra tenda con il cuore colmo di gratitudine.

Anche l’alba non scherza da quassù. Dopo aver completamente bruciato il porridge partiamo a pedalare a stomaco vuoto, ma con la speranza di
trovare cornetto e cappuccino giù al paese.

Ricaricate le energie di zuccheri ripartiamo, tra una salita scassata e l’altra e diverse imprecazioni. Ma la fatica delle prime ore svanisce all’istante davanti alla meraviglia di Campo Imperatore. Che senso di libertà ci dà lasciare scorrere la bici. Ci sentiamo così vivi. Ci guardiamo e non riusciamo a smettere di sorridere.

Ma tutta quest’energia positiva svanì ben presto quando, dopo un temporale, ci immettiamo dentro ad una strada sterrata completamente argillosa. Dopo cinque metri le nostre bici sono ricoperte di argilla, conosciuta anche come “Burro di Arachidi”. Uno strato di due centimetri sopra i copertoni. I piedi zuppi infangati. Immediatamente torniamo sulla strada asfaltata. Più le bici giravano e più questo burro di arachidi si andava ad incastrare sulla catena. Lascio immaginare la crisi nera che mi ha preso.

Mollo la bici in mezzo alla strada e inizio a camminare verso casa, che si trova a 7 ore di auto da qui. Inutile dire che dopo 100 metri ho fatto dietro front dal povero Fede che aveva già provveduto a togliere lo sporco più grosso dalla mia bici.

E così, tra un lamento e l’altro (ovviamente mio e non di Federico) saliamo in sella e, deviando di 10km per una strada asfaltata arriviamo alle ore 20.00 in un piccolo borghetto dove una comoda stanza di albergo ed una doccia calda (dopo 3 giorni) ci aspettano.

Su e giù. Scendi dalla bici, spingi la bici. Ti fermi a controllare il radar perché dietro di noi il cielo si è tinto di nero. La catena della mia bici cade ogni volta che i pedali vanno all’indietro. Fa un caldo tremendo. Bevi. Cerchi una fontana. Bevi ancora. Mangi. Speri di trovare un bar aperto nel prossimo paesino. E così, in loop, ogni giorno, per dieci ore al giorno, per cinque giorni interi. Il terreno diventa ogni giorno sempre più difficile, con tratti davvero dissestati. Nei momenti peggiori ti chiedi: “Ma ce la farò a finire il giro?”, “Non ce la faccio più”, “Chi me l’ha fatto fare?”.

Ormai sono frasi che fanno parte di ogni nostro viaggio. Ma sono solo pensieri, arrivano per metterti alla prova. La vera forza sta nel non dargli troppo peso, nel lasciarli passare senza permettere che decidano per te. Se li avessi ascoltati, questo giro non lo avrei mai finito.

C’è poi un’altra cosa che rende speciale un viaggio in coppia…

Sostenersi quando tutto sembra complicarsi. Un’avventura come questa ti porta al limite della pazienza. Arrivi a fine giornata distrutto, magari senza acqua né cibo perché hai organizzato male la tappa, e devi ancora trovare un posto dove dormire.

Ed è proprio lì che un viaggio smette di essere solo un viaggio. È in quei momenti che impari davvero a fare squadra, a capire quando l’altro ha bisogno di una parola, quando invece basta il silenzio, quando è il tuo turno di tirare l’altro fuori da un momento difficile.

Superare insieme queste fatiche non significa solo arrivare alla fine del percorso, ma costruire un modo nuovo di affrontare le difficoltà.
Ogni salita condivisa, ogni problema risolto insieme, lascia qualcosa che va ben oltre il viaggio… rende la coppia più solida, più consapevole e più unita.

The Wolf’s Lair non è un percorso. E’ una prova.

Un itinerario MTB bikepacking di 400 km con 9.000 metri di dislivello positivo (5 giorni totali in sella).
Niente comfort. Niente scorciatoie. Niente scuse. Solo sterrati, boschi, salite infinite e la determinazione di continuare quando le gambe ti dicono di fermarti. Ogni metro va guadagnato.

The Wolf’s Lair è il bikepacking nella sua forma più autentica: fatica, silenzio, pioggia, sole, notti sotto le stelle e libertà. Un viaggio che non ti regala nulla, ma che alla fine ti lascia tutto.

Words & photos by Giulia Polita and Federico Martini.