Il fiume

Words & photos by Il Chiodo e il Martello

The river
Of my childhood,
That tumbled
Down a passage of rocks
And cut-work ferns,
Came here and there
To the swirl
And slowdown
Of a pool
And I say myself–
Oh, clearly–
As I knelt at one–
Then I saw myself
As if carried away,
As the river moved on.

Where have I gone?
Since then I have looked and looked
For myself,
Not sure
Who I am, or where,
Or, more importantly, why.

River – Mary Oliver

Sono seduto sulla riva del fiume ad aspettare.
L’acqua del Tamigi scorre placida.

È la terza volta che veniamo dall’altra parte della Manica per correre. Veniamo dall’Italia, un paese nel quale la corsa in montagna ha un significato sbilanciato, tanto montagna e poco corsa e forse anche qui è un po’ così. Il dubbio mi viene durante la mia lunga permanenza ai ristori, dove le persone sorridono di questo gruppetto di amici venuto fino a qui per correre. Un po’ stupite della nostra scelta ma anche un po’ orgogliose di aver messo in piedi una piccola gara internazionale.

Matteo, Francesco e Guido arrivano poco distanti l’uno dall’altro. Riempiono le borracce e riprendono a risalire la corrente, un passo dopo l’altro, per completare i centosessanta chilometri che separano Londra da Oxford, seguendo il tracciato del Tamigi senza distaccarsene. Alla caccia di un’altra fibbia e, probabilmente, di qualcosa d’altro.

Sarà il calare del sole, la lunga giornata dal sapore zen, passata ad aspettare con la sola compagnia dell’acqua che scorre imperturbata dalla presenza dei corridori, saranno le nuvole gonfie di pioggia che si avvicinano, ma mi coglie un filo di malumore, che presto si trasforma in consapevolezza.

Alla fine, mi dico, correre lungo un fiume per ore e ore non ha alcun senso ed allora è questo il motivo per cui siamo qui. Abbiamo attribuito alle gare importanza, significati, sovrastrutture, scordandoci che il punto centrale della corsa in montagna poteva anche solo essere la corsa in sé. La ripetizione quasi ossessiva dello stesso semplice gesto, alla ricerca del momento in cui la corsa diventa un movimento automatico, istintivo, del corpo. Un abbandono del peso fisico e del peso dei pensieri, delle domande, delle preoccupazioni di tutti i giorni, grandi e piccole che siano, alla ricerca di un movimento fluido dove anche la corsa smettere di essere sé stessa. Come abbandonarsi nella corrente per lasciarsi andare fino a destinazione.

Forse è questa la naturale inclinazione di chi sportivamente è cresciuto sulla sponda dei navigli, avanti e indietro, centinaia di volte, unicamente in compagnia dell’acqua che va o che viene da Milano. La capacità di intraprendere una metamorfosi anfibia verso la libertà, che gli appassionati di rocce e di vette, forse, non potranno comprendere mai.

Per la cronaca. Tre partiti e tre arrivati. Tre fibbie ed un piccolo trofeo da riportare a casa.

Un po’ di turismo, qualche pinta e il desiderio, quasi l’urgenza, di organizzare un altro viaggio così, dove la corsa è il pretesto per stare insieme, esplorare, sperimentare, perdersi e ritrovarsi.