Camminare per rimanere vivi: due giorni sull’Alta Via 8.

Words & photos by Matteo Celi and Ciro Gazzola.

Nemmeno le sette. Il sole non ha ancora raggiunto il fondo della valle. L’erba appare coperta di un grigio ambrato. Sul prato che costeggia il sentiero alcune vacche se ne stanno sdraiate a guardarci sbuffando nell’aria il loro fiato caldo. Ci guardano e sembrano chiederci: perché?

Ecco, forse è questa la domanda a cui ogni viaggio in montagna – con il suo carico di fatiche, privazioni, dolori fisici e preoccupazioni – richiede risposta. Per il momento ne azzardo una di semplice: per nostalgia.

È inizio novembre, la stagione dei trekking è finita, quella della neve non si vede ancora all’orizzonte, e io e Matteo – amico, compagno di viaggio, oggi anche fotografo di bordo – siamo qui proprio per questo, uniti io dalla nostalgia di una stagione di notti in tenda, giornate di cammino, bagni nei torrenti che non vorrei si chiudesse, lui dalla nostalgia di un futuro di neve fresca, pellate e bivacchi che ancora non è venuta.

È partito tutto così, dunque; da una serata in cui ci siamo detti: come facciamo a mettere zitto il nostro desiderio di montagna, a tenerlo a bada ancora per qualche giorno intanto che tutti e due fantastichiamo su nuove mete, itinerari, avventure?

La risposta è stata: torniamo a casa.

Ma dov’è, per noi, casa? Casa è il Grappa. E dire Grappa significa dire Alta via 8.

Nostalgìa s. f. [comp. del gr. νόστος «ritorno» e -algia (v. algia)]. – Desiderio acuto di tornare in un luogo che è stato di soggiorno abituale e che ora è lontano.

Un’alta via di prossimità, un’alta via di austerità.

Ideata da Italo Zandonella Callegher, l’Alta Via n. 8, detta “degli Eroi”, si snoda attraverso le dorsali del monte Grappa congiungendo Feltre a Bassano del Grappa. Ufficialmente divisa in quattro tappe, noi abbiamo invece deciso di percorrerla in due giorni, partendo da Cilladon per arrivare a Valle Santa Felicita a Romano d’Ezzelino evitando così la parte asfaltata di raccordo fra i due paesi e le città di partenza (Bassano del Grappa) e arrivo (Feltre).

La nascita di questo percorso è ben particolare: l’ideatore la realizzò fra 1973 e 1974, sfruttando i week-end dell’austerity in cui l’assenza di automobili a causa della crisi del prezzo del petrolio gli impediva spostamenti verso montagne “più nobili”; fu questo a portarlo a ritornare a casa, fra i suoi monti.

“Se ci pensi anche anche noi viviamo nell’austerità, o no?” – mi dice Matteo col fiato corto mentre saliamo il sentiero verso malga Paoda, incontrando finalmente il sole che sorge riscaldando i nostri passi. – “solo che oggi non è la benzina, ma la neve a mancare”. Sospira, guarda in lontananza, nella direzione in cui – non si vedono, ma il nostro cuore li indovina – si alza il Lagorai tanto sognato e percorso da entrambi.

“Un’austerity della natura, che dici?”.

Annuisce: “Sì, e anche questa è colpa nostra”.

Dopo una pausa nel silenzio dei pascoli ci incamminiamo lungo la bella cengia di Prada, che ci conduce in breve tempo alla piccola sella boscosa di malga Sassumà, dove ci fermiamo per una barretta e qualche foto. Il bosco è silenzioso, l’autunno sembra averlo spogliato non soltanto delle foglie ma anche dei rumori, della vita: siamo rilassati e soddisfatti, e nelle chiacchiere continua a tornare il desiderio di fermarsi qui, da qualche parte, buttare giù la tenda e restarcene a poltrire per l’intera giornata. Ma sappiamo anche della necessità di rimetterci in moto, incalzati dalle ore di luce sempre più ridotte e dalla necessità di arrivare entro il buio al nostro bivacco.

Grappa selvaggio.

Se l’Alta via 8 è davvero “appena fuori porta”, non si può dire tuttavia che non riservi sorprese: il sentiero si fa infatti sempre più tecnico e insidioso, una stretta cengia erbosa che si snoda in saliscendi attraverso forcella Alta, forcella Bassa e forcella d’Avien, passando a fianco al Peurna e al Paione mentre in lontananza, fra la foschia, intravediamo talvolta il profilo del sacrario di Cima Grappa… ma così lontano e così sfocato che è facile dimenticare dove siamo; dov’è il Grappa che ci è familiare, i paesaggi dolci dei Colli Alti o della dorsale dell’Asolone?

Ci muoviamo su creste affilate, su un sentiero appena accennato, trovandoci spesso a battere traccia in una coperta di foglie. Piccoli cartelli indicatori – rari, antichi nei loro colori slavati – sono le uniche presenze che incontriamo a dirci che siamo sulla buona strada. Anche le nostre parole rallentano, la nostra attenzione si concentra sul terreno, cercando di evitare cadute impreviste. Mentre scivoliamo in discesa su uno zig-zag di foglie morte vedo Matteo fermarsi, scuotere la testa. Mi dice: “Sembra quasi di avere gli sci ai piedi”, e vedo un sorriso increspargli gli occhi e le labbra mentre calpesta ancora il manto che da arancione si è fatto bianco nella sua fantasia. Sì, davvero, vorrei rispondergli. Vedi che casa la troviamo sempre, a cercarla bene?

È solo dopo forcella d’Avien, dopo pochi chilometri resi lunghi dal fondo impervio, dall’arrampicare e discendere i tratti attrezzati con cavo, che finalmente la tensione si scioglie, il sentiero ricomincia a scorrere fino a arrivare a Valdumela e al suo fojarol, dove ci fermiamo a pranzare. Seduti al sole, ormai consapevoli che la parte più dura è andata, di nuovo torna quel sentimento di sospensione, quasi che il tempo qui si potesse fermare e anche noi potessimo approfittarne, restare qui, dimenticarci del mondo che, un migliaio di metri più sotto, va avanti con le sue faccende.

È dunque con fatica che ci rialziamo, riprendiamo la salita e arriviamo, seguendo un comodo sentiero erboso, alle stalle di Fontana Secca, recentemente restaurate dal FAI, in questa stagione silenziose guardiane di questo versante del massiccio. Riprendiamo di nuovo il nostro sentiero, mettendo dietro di noi il lato selvaggio del Grappa e risalendo verso il monte Valderoa. Il paesaggio che si stende di fronte a noi cambia del tutto: la dolce dorsale dei Solaroli, Cima Grappa con il suo sacrario, la piccola chiesetta di cima della Mandria che svetta solitario nel sole che scende all’orizzonte.

Un brindisi a chi è andato avanti.

Affrettiamo il passo. Sulla dorsale erbosa dei Solaroli troviamo il sole moribondo dell’autunno e la stanchezza che, dopo venti chilometri e quasi duemila metri di dislivello, cala su di noi più veloce della sera. A nord la vista si apre sulle montagne che amiamo – il Lagorai, Cima d’Asta, le Pale, in lontananza la piramide del Pavione sulle vette feltrine. Ma noi oggi siamo a casa e quello che cerchiamo è ben più vicino: eccolo lì, sotto di noi, appena nascosto da un rado bosco di larici: il bivacco Murelon dove passeremo la notte. C’è un vago sentore di fumo nell’aria.

“Non saremo soli”, dice Matteo.

Ogni incontro in bivacco è cosa nuova e allo stesso tempo antica. Perché è vero, siamo fra sconosciuti, ma c’è un legame che ci unisce, a noi e a chi prima e dopo di noi condividerà quelle quattro mura, la stufa, il tavolaccio, le assi di legno dove dormiremo: è l’amore, sconsiderato e spesso incomprensibile agli altri, per la montagna, la fatica, le notti all’addiaccio e al freddo, il risveglio con l’alba, una nuova partenza per ripetere un’altra volta lo stesso rito di sofferenza e liberazione.

In bivacco incontriamo già due gruppi: cinque amici che vengono qui, ogni autunno, saranno più di dieci anni, quasi fosse un rito o una visita a un vecchio compagno; e cinque ragazzi di Padova che invece, per la prima volta, trascorrono la notte in un bivacco. Li guardo: un passaggio di consegne, praticamente.

Passiamo la sera a chiacchierare. Il camino è acceso, il vino sul tavolo, le lingue si sciolgono parlando di altri viaggi, altre cime, poi di colpo uno di loro dice: “Oggi avrebbe dovuto esserci anche Stefano”. Il suo nome aleggia nell’aria, capiamo subito di chi stanno parlando.

Stefano Farronato non è qui, il suo corpo è rimasto sepolto sotto la neve sul Panbari Himal, in Nepal. Eppure, quando loro alzano il bicchiere all’amico e anche io e Matteo ci uniamo a quel brindisi in nome di una forma di fratellanza che si chiama montagna, in quel momento, dico, chissà: forse davvero Stefano è qui, Stefano è felice di essere ricordato qui. E allora ancora julè, Stefano, julè…

Cima Grappa, la cima del Moro.

Il mattino ci sveglia nel bianco. Non quello della neve ma quello della brina che ricopre ogni cosa intorno a noi. Matteo è già fuori a fare qualche scatto al mare di nuvole sopra il quale sembriamo galleggiare come in un mondo di pace. La pianura è scomparsa, si vedono soltanto – lontanissime – le luci di qualche solitaria casera sui versanti opposti del Grappa.

Dopo aver fatto acqua risaliamo con fatica la dorsale del monte Solarolo e riprendiamo la nostra strada in una fresca e soleggiata mattina d’autunno. Ai colori delle foglie cadute che ci hanno accompagnato ieri si è sostituito il verde ancora brillante dell’erba, il cielo azzurro profondo. In lontananza le bandiere sventolano nel vento del Sacrario. Lo raggiungiamo velocemente, sostituendo alla solitudine del primo giorno di cammino la presenza di camminatori e ciclisti che già ne hanno popolato strade e sentieri.

Il Sacrario, ogni volta, mi lascia una sensazione ambivalente di ammirazione e orrore. Ammirazione per le sue linee così pulite e nette, la sua simmetria ordinata e composta; orrore per ciò che rappresenta e ricorda: il luogo del riposo di migliaia di soldati, costretti a restare qui da un destino collettivo che credo pochi di loro volessero davvero affrontare.

Immersi fra turisti e camminatori fissiamo lo sguardo sulla Via Eroica e sul portale Roma al suo termine. Ai nostri lati i quattordici cippi con i nomi delle battaglie del Grappa. L’aria è malinconica: il Grappa è anche questo (per qualcuno, soprattutto questo): una montagna tolta al suo ruolo naturale per essere consegnata a quello di simbolo bellico, di cimitero patriottico. Ancora oggi dicono: sacra alla patria. Eppure, intorno, pascolano i camosci, si sente lo scampanio lontano di alcune vacche, il vento scorre sulle cime: la Natura resiste a ogni tentativo di recinto umano, penso. E mi vengono in mente le riflessioni del Moro, il primo gestore del rifugio Bassano, nel bel romanzo che gli ha dedicato Paolo Malaguti: «Quel piattume arido di sassi frantumati era il Grappa, non più la sua Grapa. Il Grappa, sì, adesso il maschile ci stava proprio bene. La montagna è donna finché resta fertile, finché i suoi pascoli danno erba nuova e nuovi fiori anno dopo anno. Lassù su quella che un tempo era stata la sua cima, casa sua, erba non ne sarebbe più cresciuta. Era diventato quello che avevano cercato e voluto dalla guerra in poi. Il monte, il simbolo del popolo vittorioso, il sarcofago dei guerrieri morti nel fuoco e nel ferro».

Scendere vuole dire “Addio”?

Giusto il tempo di un panino e un birra al rifugio Bassano, quattro chiacchiere con un amico incontrato per caso, poi è il momento di lanciarci verso l’ultima fatica della giornata. Milleseicento metri di discesa, tutta d’un fiato lungo il monte Meda, Cason Vecio, i boschi che si incuneano verso valle Santa Felicita, le balze dello Scalon. E siamo già in pianura, alla piccola cascatella che scende fino al fondovalle. Ci fermiamo, riprendiamo fiato. Forse non vorremmo davvero arrivare, questo è il punto. Giusto il tempo di fermarci a parlare con alcuni climber, altri vecchi amici che ritroviamo qui, per caso, dopo tanto tempo, anche loro forse con lo stesso desiderio di rimandare la fine di una stagione di avventure. Poi la valle che si apre, il bosco che diventa prato, il piccolo sacello della Madonna del Buon Consiglio.

Ci sediamo sui suoi gradini, Matteo prepara l’autoscatto per farci una foto insieme. L’Alta via andrebbe oltre, fino a Bassano, ma da qui è soltanto asfalto e per noi, creature di vento e neve, l’asfalto è nemico. Una scarpa di Matteo si è strappata, la suola delle mie è quasi completamente piatta. Ecco un altro segnale che la fine della stagione è arrivato. Ne ridiamo. Ci saranno altre scarpe, ne siamo certi.

“Scendere vuole dire ogni volta dirsi addio”, sostiene Matteo di colpo guardando la montagna dietro di noi. E poi continua: “Non so nemmeno perché lo facciamo, se poi fa così male andarsene da lì sopra”.

Perché? Ecco la domanda con cui siamo partiti e che ora ritorna.

All’improvviso mi viene in mente una cosa, una frase che ho letto quest’estate in riva ad un lago, di sera, durante una Traslagorai solitaria. Gli dico di aspettare, frugo nello zaino finché trovo il mio taccuino. Ecco, me la sono appuntata, viene da La salita di Ludwig Hohl, dice: «In uno di quei momenti trovò d’un tratto la risposta alla domanda posta tanto spesso: “Ma voi, perché andate in montagna?”. […] La risposta era “Per sfuggire alla prigione”».

Matteo sorride. Sorrido anch’io. Il sole è sceso, nella valle, e fa freddo. Domani si torna in cella, forse. Ma adesso fa meno male di prima.

Sappiamo che ci saranno altre ore d’aria.