Words & photos by Giulia Polita and Federico Martini.
Andiamo in Nepal e facciamo l’Annapurna Circuit in bicicletta?
Ha esordito così Federico, una fredda sera invernale ad inizio 2025.



Sì, andiamo. Nessuna esitazione da parte mia. Non ho minimamente
pensato ad un NO. Questo viaggio è nato così, da uno sfinimento verso la routine di tutti i gironi. E’ arrivato perché la vita ci aveva visto stanchi, senza stimoli.
E’ arrivato per farci tornare a vivere.
Da quel momento si susseguirono serate a guardare video su YouTube
dell’Annapurna Circuit, ricerche su internet, farfalle nello stomaco, giorni interi di sogni ad occhi aperti.
Il 10 novembre decolliamo da Venezia e l’11 novembre alle 8.00 del mattino siamo a Kathmandu. “Ma dove siamo finiti?!”. Questa è stata la prima cosa che ho detto a Federico appena usciti dall’aeroporto. Un traffico impazzito, motorini e moto che sfrecciano da ogni parte, clacson, auto, autobus, l’aria irrespirabile.
Immediatamente indossiamo la mascherina, che per me risulterà inutile, dato che dopo due giorni mi ritrovo con un mal di gola da non lasciarmi deglutire ed un raffreddore che non mi abbandonerà fino al rientro in Italia.
La mattina seguente partiamo per Pokhara con il transfert privato. Lo posso definire il viaggio della speranza. 200km di agonia, dentro ad un furgoncino che puzza di benzina, un tornante dietro l’altro su strade che, per la maggior parte, non hanno ancora visto l’asfalto. E’ stato un pò come fare un giro nel Tagadà per 7 ore, con la speranza che le bici arrivassero intere.
Arriviamo sani e salvi, bici pure. Venerdì 14 novembre, MTB cariche (circa
20kg l’una), mascherina e Buff indossati, ci inoltriamo nel chiasso di Pokhara sperando di non venire investiti. Le gambe finalmente iniziano a pedalare. Non riesco a trattenere le lacrime, un pò per lo stress dei giorni scorsi, un pò per l’emozione. Tra una nuvola di smog e l’altra piango silenziosamente.
Dopo un’oretta di pedalata ci portiamo finalmente fuori dal centro, chilometro dopo chilometro il paesaggio inizia a cambiare, diventa quasi tropicale. Tutto si fa più verde, passiamo tra le risaie, villaggi dimenticati da Dio, le persone ci guardano, ci sorridono, i bambini ci salutano, Namastè diventa la nostra parola preferita.
Le salite sono sempre più ripide, mi ritrovo a scendere dalla bici e spingerla continuamente, è così estenuante. Federico pedala imperterrito, lui non scende mai, mi chiedo come faccia a pedalare con salite così ripide. Io rimango sempre 300mt dietro a lui e, sperando in un miracolo, continuo a mangiare Snikers.



I primi cinque giorni riusciamo a fare un bel pò di strada e arriviamo a Manang a 3500mt, dove sono previste due notti per permettere al corpo di acclimatarsi. Il mio di corpo decide di abbandonarmi, fa capolino la febbre da stress, il raffreddore ormai mi perseguita da giorni e gli Snikers non hanno fatto il miracolo come speravo.


Decidiamo allora di stare qui tre notti, un giorno intero lo passo a dormire, mangiare zuppa di aglio e riso in bianco. Il secondo giorno mi sento quasi rinata, facciamo così due brevi escursioni che ci portano a 3700mt una e 3900mt l’altra, per facilitare l’acclimatamento ed evitare di prendere il Diamox. Le regole fondamentali per non stare male in alta quota sono di salire solo di 500mt di dislivello dopo i 3500mt e bere litri di acqua.


Dopo tre giorni di “relax” riprendiamo a pedalare. Dopo 10km arriviamo a Yak Kharka a 4000mt. Per me questo è stato uno dei gironi più belli, finalmente nessuna auto o moto, solo noi a pedalare nel silenzio e l’aria fredda che pizzica il naso. Il panorama si apre sempre di più, gli occhi increduli si spalancano davanti agli 8000 più famosi al mondo… wauuuu… stiamo pedalando in Nepal, a 4000mt!!!!
Smontiamo dalle bici, mettiamo i piedi a terra ed è come aver bevuto tre bicchieri di Prosecco. Ti senti instabile a quest’altitudine, il mal di testa costante, non è forte, ma è lì a ricordarti che non sei al mare. A farci compagna c’è sempre lei, la zuppa di aglio, e poi la stufa della sala comune dove ci incolliamo fino a che non arriva l’ora di andarsene a letto, nelle stanze il riscaldamento non è previsto e la temperatura esterna ora è di -10 gradi. Per sopravvivere al freddo la nostra soluzione sono maglia e pantaloni termici, calzini in merino, piumino, coperte di dubbia igiene e dormire attaccati e immobili… ha sempre funzionato.
L’indomani, dopo 7km di imprecazioni, arriviamo a Torang Pedi a 4500mt.


Il mio corpo inizia a chiedere pietà, il mal di testa qui è più forte, ogni passo è sempre più faticoso. Federico decide di portare la mia bici all’High Camp a 4800mt, così la mattina seguente evito di spingere la bici per un km verticale, con pendenze fino al 40%, anche perché non penso che sarei mai riuscita a
farcela, o forse sì. Dopo due ore Fede torna a Thorang pedi, sfinito. Alle 18.30 andiamo a dormire nella nostra stanza/bivacco a -18 gradi. Dormire non è proprio la parola giusta, l’ansia rimbomba nel silenzio tagliente di quelle quattro mura di legno, la mente inizia a proiettare film drammatici, la paura si fa sentire nella pancia e alle 23.00 devo correre in bagno.
Ridiamo, la risata nervosa, cerchiamo di riposare almeno due ore, alle 3.00 suona la sveglia. Alle 3.30 è l’ora del Porridge, 4.15 accendiamo le frontali, -22 gradi e, in fila indiana insieme ai trekkers, partiamo.
E’ il grande giorno, quello tanto atteso, quello che ci ha fatto passare le notti insonni.


Qui pedalare è impossibile, tra pendenze esagerate e neve ghiacciata.
Passa la prima ora e arriviamo all’High Camp, le mani di Federico sono congelate, entriamo nel rifugio a bere un tè caldo, aspettiamo che il sangue torni alle dita, bruciano da farti scendere le lacrime. Ripartiamo, indossiamo i ramponcini, inizia ad albeggiare, 10 passi e 6 respiri. C’è neve, il sentiero è stretto, i passi sono pesanti e lenti, una salita dietro l’altra, non vediamo la fine. L’acqua delle borracce è diventata ghiaccio, i gel energetici pure, passiamo 5 ore senza bere. Intanto è uscito il sole, sentiamo il tepore dei primi raggi sull’unico centimetro di pelle rimasto fuori dagli indumenti tra gli occhi ed il naso.
Ci guardiamo, siamo sfiniti, cerchiamo di darci forza l’un l’altro, a Federico gira la testa… lo vedo così stanco… non voglio mostrargli la mia stanchezza, devo farcela, devo farmi vedere forte, non mollo, non posso.
E poi finalmente. Federico è qualche metro avanti a me, si gira, mi fa un cenno con la mano, indica qualcosa, io so cosa sta indicando.
Siamo arrivati, ce l’abbiamo fatta, è lì che ci sta aspettando, Thorang La Pass 5416mt.
Le bandierine colorate che sventolano al vento, quella scritta tanto attesa, un fiume di lacrime bagna il mio viso, sto singhiozzando, un pianto di liberazione, di gioia. Federico mi guarda, piange anche lui, ci abbracciamo, non serve dire niente.
Un istante di gloria, immaginato per quasi un anno, è qualcosa di grande nel cuore, non è solo la soddisfazione di essere arrivati in cima al passo con le bici.

E’ qualcosa che hai dentro da tanto tempo che se ne va, ti rende più leggero, fa spazio a qualcosa di nuovo, più grande. E’ quella risposta che aspettavi da tempo, è quella luce negli occhi che pensavi di aver perso ed ora ti guardi allo specchio e la rivedi. E’ quella sensazione di amore infinito per la vita che non provavi da tanto tempo, è sentirsi vivi.

Cinque giorni dopo, passando per la meravigliosa regione desertica del
Mustang, siamo nuovamente a Pokhara. 400km, 11.000mt di dislivello,
infiniti Dal Bath e Momo, gli stessi vestiti indossati per 23 giorni.
Infiniti sorrisi.









